
Marianna di Leyva, a noi meglio nota come la Monaca di Monza di manzoniana fortuna, rappresenta per l’immaginario collettivo italiano forse il migliore esempio di clausura forzata a cui le donne potevano essere costrette, specie in famiglie con un gran numero di figlie, le quali difficilmente riuscivano ad essere date tutte in sposa tramite la classica formulazione di accordi matrimoniali.
La costrizione alla vita claustrale, viene da sé, impediva a queste giovani donne di esplorare tanto gli aspetti intimi della vita coniugale quanto di poter riversare una – alle volte – naturale predisposizione alla maternità verso un figlio o una figlia biologici, frutto della consumazione del matrimonio.
Ma se le nozze con Cristo impedivano la realizzazione fisica di quel più o meno inconsapevole desiderio di maternità, alcune monache del periodo medievale e rinascimentale sopperirono a quello che effettivamente dovettero sentire come un bisogno – alimentato ed esasperato dai severi dogmi in merito imposti dalla clausura – tramite un’adorazione estrema della figura di Gesù Bambino, non solo mediante la preghiera, ma attraverso l’accudimento fisico delle rappresentazioni, per la maggior parte sotto forma di bambole, del Divino Infante.
Donne e madri che risolvevano il dilemma di una maternità impossibile manifestando una cura e un affetto per le rappresentazioni materiali del Salvatore bambino che, partendo da una predisposizione magari naturale, la supera fino a sfociare nell’isteria: Gesù Bambino viene cullato, fasciato, vestito, alle volte perfino allattato, divenendo surrogato che riceve un affetto altrimenti impossibile da dare.
La monaca francese Margherita del Santissimo Sacramento (1619-1648), vissuta nel convento di Beaune, era ad esempio solita decorare le rappresentazioni di Gesù Bambino con fiori e vestiti ricevuti in dono dai devoti che conoscevano le sue pratiche.
Altre volte, quella che sembra essere una sottaciuta ma condivisa aspirazione alla maternità trova manifestazioni in riti religiosi comunitari: a Bruges, nel periodo di Natale, le monache del monastero locale ponevano un piccola culla in legno dorato su un altare di fronte alla statua della Vergine, abbellita con tovaglie e candele; si inginocchiavano poi a turno di fronte ad essa, recitando una preghiera e cullando un Gesù Bambino che forse, consciamente o meno, rappresentava un figlio a cui donare il loro amore di madri costrette ad una vita che esse stesse non avevano scelto.
Per maggiori informazioni sull’argomento si rimanda alla lettura del volume “Santità femminile e disturbi mentali fra Medioevo ed età moderna” di Mattia Zangari.




