Verso il Referendum Giustizia 2026: la riforma della magistratura. L’approfondimento

Il 22 e il 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati alle urne per il Referendum Giustizia. Acceso il dibattito tra il sì e il no, al centro vi è il tema caldo della separazione delle carriere. Ma cosa significa davvero “separare le carriere” e cos’è il CSM? In questo articolo andremo ad analizzare punto per punto la questione.
Come si compone la magistratura italiana
Nel linguaggio comune si parla di “magistrati” in maniera generica, come se svolgessero tutti lo stesso lavoro. In realtà, bisogna fare un profondo distinguo. Andiamo con ordine. La magistratura si distingue a sua volta in magistratura togata e onoraria. Due assetti diversi per accesso, status e funzioni, dentro lo stesso sistema. Della magistratura togata fanno parte i giudici e i pubblici ministeri, rispettivamente con funzioni giudicanti e requirenti. Essa è reclutata tramite concorso pubblico, assegna incarichi a tempo indeterminato ed esercita professionalmente ed esclusivamente funzioni giurisdizionali. Nella magistratura onoraria rientrano i giudici onorari di pace (g.o.p.) e i vice procuratori onorari (v.p.o.). Non recluta tramite concorso pubblico, dà incarichi temporanei e ha funzioni giurisdizionali limitate, circoscritte a determinate materie e cause.
Cosa cambia con la riforma della giustizia
Quello della separazione delle carriere è un tema che ha radici profonde e attraversa decenni di dibattiti e riforme. Risale già al 1946, durante i lavori dei padri costituenti (o padri fondatori) dell’Assemblea Costituente – che hanno portato, come sappiamo, alla “costituzione” di quella che è per definizione la “Madre di tutte le leggi”. È da allora che in Italia si discute se sia opportuno fare una distinzione netta tra magistrati inquirenti e giudicanti. Ma la riforma non prevede solo questo e introduce diverse importanti novità per le quali saremo chiamati a votare per scegliere se approvare o respingere la legge votata dal Parlamento. A ottobre è stata approvata, infatti, la riforma della magistratura voluta dal centrodestra. Il testo ha ottenuto per 2 volte l’approvazione del Parlamento, ma nella seconda votazione non ha raggiunto la maggioranza minima di due terzi in entrambe le Camere, come richiesto per le leggi che modificano la Costituzione. Per tale ragione è stato chiesto un referendum confermativo.
Separazione delle carriere (e non delle funzioni): in cosa consiste
Ad oggi giudici e PM fanno parte dello stesso ordine. I PM conducono le indagini e sostengono l’accusa. I giudici – che per l’appunto giudicano – decidono stabilendo chi ha torto e chi ha ragione. Sia giudici sia PM entrano con lo stesso concorso e, nel corso della carriera, possono passare da una funzione all’altra. Anche se con vincoli molto rigidi: si può cambiare 1 sola volta nella vita entro i primi 10 anni di carriera e facendo trasferimento in un’altra regione. Così come sancito dalla riforma Cartabia del 2022. In un processo, quindi, i due ruoli sono chiaramente distinti, in quanto uno accusa e l’altro decide. Da qui la separazione delle funzioni, quindi. A livello di ordine professionale, però, pur svolgendo funzioni diverse in aula, giudici e pubblici ministeri fanno parte dello stesso ordine e condividono lo stesso percorso di accesso. In tal modo, l’idea di fondo è che la magistratura sia un corpo unico autonomo rispetto alla politica. Il referendum interviene su questo punto: sul fatto che le due figure facciano parte della stessa carriera oppure di due percorsi separati. La questione non è quindi se accusa e giudizio siano diversi: lo sono già. Bensì se debbano esserlo anche dal punto di vista ordinamentale. Da qui il concetto di “separazione delle carriere“. Che è a sua volta diverso da quello di “separazione delle funzioni” già di fatto esistente, come abbiamo visto. Separare le carriere significa dare un percorso di formazione giuridica differente, a seconda che si scelga di fare il giudice o il pubblico ministero. La cultura giuridica di entrambe le figure avrà una differenziazione: ergo, al termine del proprio percorso di studi in giurisprudenza, si dovrà fare un concorso e affrontare un esame diverso, a seconda che si scelga la strada della magistratura inquirente o giudicante.
Il sistema della magistratura in Italia: il CSM
Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno dei magistrati. È uno dei pilastri dell’indipendenza della magistratura prevista dalla Carta costituzionale. Si occupa di tutto ciò che è riguardante la vita professionale dei magistrati: nomine, promozioni, procedimenti disciplinari, trasferimenti. Non è un tribunale e non fa le leggi. Serve a evitare interferenze esterne nelle decisioni di carriera. E se un magistrato viene accusato di aver violato le regole professionali, è sempre il CSM a decidere se sanzionarlo. Il CSM oggi è formato dal Presidente della Repubblica, che lo presiede, dal Primo Presidente della Corte di Cassazione, dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione con in più 20 membri togati – cioè magistrati eletti tra di loro – più 10 membri laici eletti dal Parlamento e scelti tra professori universitari di diritto o avvocati con almeno 15 anni di professione. Una composizione mista pensata per bilanciare autonomia e controllo democratico.
I due CSM (se la riforma sarà approvata)
Il referendum chiede la nascita di 2 Consigli distinti: uno per i giudici, uno per i PM. Ambedue gli organi si occuperebbero solo della propria area. Non cambierebbe il principio dell’autogoverno, ma verrebbe pertanto diviso in due strutture autonome. Entrambi i CSM saranno composti da 2/3 di membri “togati” (rispettivamente solo giudici e solo pm) e da 1/3 di membri “laici” (giuristi e professori). Ma la novità riguarda il metodo di selezione dei membri dei 2 CSM, ovvero il sorteggio. Con questo sistema, i membri togati verranno estratti a sorte tra i magistrati, mentre i membri laici verranno estratti a sorte da un elenco di avvocati e professori, scelto dal Parlamento. I parlamentari eleggerebbero pertanto una lista di candidati e da quella avverrebbe poi l’estrazione dei “laici”.
L’Alta Corte (con l’approvazione della riforma)
Oggi se un magistrato sbaglia, viene giudicato da una sezione interna allo stesso CSM. Se la riforma dovesse passare, verrà creato un nuovo e autonomo organo costituzionale, sotto il nome di Alta Corte disciplinare, con il compito di giudicare gli errori dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni (violazione dei doveri d’ufficio). Dunque, la competenza attualmente esercitata dalla Sezione disciplinare del CSM passerebbe all’Alta Corte disciplinare. L’Alta Corte sarà composta da 15 giudici, dei quali 3 saranno nominati dal Presidente della Repubblica tra professori con almeno 20 anni di servizio, 3 estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento, 6 estratti a sorte tra i magistrati giudicanti con almeno 20 anni di esercizio, 3 estratti a sorte tra i magistrati requirenti con gli stessi requisiti. Il presidente dell’Alta Corte è eletto tra i componenti nominati dal Presidente della Repubblica o tra quelli sorteggiati dall’elenco compilato dal Parlamento. La durata in carica dei giudici che andranno a comporre l’Organo disciplinare è di 4 anni.
Le ragioni del sì e del no
Chi è per il sì sostiene che coloro che accusano e coloro che giudicano debbano essere non solo distinti nel ruolo, ma anche nel percorso di studi e professionale. Rendere strutturalmente separati giudici e PM rafforzerebbe la percezione di imparzialità del giudice. Un giudice che non può svolgere in futuro il ruolo di PM sarebbe agli occhi dei cittadini ancora più distante dall’accusa. I favorevoli sottolineano anche che in diversi ordinamenti europei le carriere sono separate e che questo modello garantisce maggiore chiarezza nei rapporti tra le parti del processo. Per il sì la separazione servirebbe a rendere più netto il confine tra chi accusa e chi decide. Chi è per il no sostiene che l’unità della magistratura sia una garanzia e non un problema. Giudici e PM condividerebbero lo stesso ordine proprio per proteggere entrambi da possibili interferenze della politica. Dividere le carriere potrebbe creare due strutture più fragili.
La chiosa del nostro direttore
In questa fase così delicata, soprattutto a livello geopolitico e che per forza di cose coinvolge seppur indirettamente anche l’Italia, esperimere il proprio diritto di voto, non solo resta un gesto nobile e libero, ma diventa un dovere essenziale per il presente e il futuro della nostra giustizia: fare politica è fare il bene delle persone e non utilizzare le persone per il proprio bene; votare è fare politica per il bene. Sarebbe un delitto un si a chi non esercita questa libertà.

