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Secondo l’European Life-Work Balance Index, la nostra nazione si posiziona nelle retrovie d’Europa per equilibrio tra vita privata e professionale, con un punteggio di 56,81 che supera di poco soltanto Romania e Albania. Al vertice della classifica spiccano invece Irlanda, Islanda e Danimarca, dove la conciliazione tra lavoro e tempo libero è favorita da orari più flessibili, sistema sociale solido e cultura del lavoro orientata alla fiducia.

Nel resto d’Europa, infatti, i modelli innovativi come la “settimana corta” (con soli quattro giorni lavorativi alla settimana), congedi parentali estesi e la valorizzazione del tempo libero stanno migliorando la produttività e la soddisfazione di lavoratori e famiglie. Una situazione, quella del mondo del lavoro, ancora complessa nel nostro Paese (almeno rispetto agli altri): tra orari più rigidi, minore diffusione di smart working reale e carenza di un welfare capillare, che ostacolano la costituzione di un modello più sostenibile che metta al centro la persona.

Avere un buon equilibrio work-balance per gli italiani è sempre più importante: il periodo della pandemia ha aumentato la consapevolezza dei cittadini sul valore del tempo, i quali sentono la necessità di bilanciare impegni lavorativi e vita familiare.

Sempre più giovani rinunciano a lavori stabili e ben pagati pur di non lavorare in un ambiente tossico. L’indagine

L’incapacità di dare risposte alle criticità del mondo del lavoro, sul piano normativo e organizzativo, si ripercuote sulla qualità della vita dei milioni di lavoratori, con conseguenze sul benessere psico-fisico degli stessi; andando a influire anche sulle scelte di natalità (a sua volta altra piaga sociale di oggi). Condizione che contribuisce, altresì, ad alimentare il fenomeno (sempre più diffuso) della “fuga dei talenti” all’estero: con i giovani che cercano altrove condizioni di lavoro più favorevoli, moderne ed inclusive.

Da uno studio condotto in Italia e in altri 8 Paesi, denominato “Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs”, emerge che 1 su 2 dei giovani sceglierebbe salari più bassi pur di non sottostare a contesti di lavoro tossici. Di questi, la percentuale femminile supera il 50%. Tra gli intervistati, appena un terzo considera il guadagno come priorità, mentre il 40% denuncia l’isolamento sociale e lamenta un peggioramento della comunicazione nei gruppi di lavoro. La ricerca – giunta alla fase 2 (Lavoro e Impegno Civico) e da poco presentata a Roma – si basa sull’ascolto continuo della Generazione Z e dei giovani adulti. Si tratta di un progetto di ricerca internazionale, promosso dalla Pontificia Università della Santa Croce di Roma, in collaborazione con l’istituto di sondaggi GAD3 e altri 7 atenei del mondo.

Fonte: European Life-Work Balance Index; Indagine Footprints

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