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Basta agli sprechi

È fatto divieto alle grandi imprese dell’industria tessile di mandare al macero i capi di abbigliamento e accessori integri rimasti invenduti o restituiti. La nuova misura, stabilita dal Regolamento europeo sull’ecodesign, noto come ESPR (Ecodesign for Sustainable Products Regulation), obbliga il settore ad adottare le pratiche del riutilizzo, del riciclo, del recupero o della donazione per contrastare gli sprechi.

Oltre al divieto di distruzione, è previsto l’obbligo di trasparenza. Le aziende sono chiamate a rendere pubblici il numero e il peso dei prodotti invenduti e smaltiti, le ragioni, la quota destinata al riciclo o alla donazione e le strategie per evitare l’accumulo. A fare eccezione sono i beni considerati pericolosi, gravemente danneggiati, difettosi o che non rispettano la proprietà intellettuale che restano esclusi dalla recente regola UE.

Una scelta etica incentrata sulla cultura del recupero, diventata da ora (precisamente dal 19 luglio c.a.) obbligo di legge. Per anni, merce mai indossata come vestiti e scarpe finiva in discarica per pure logiche di brand o di magazzino e non perché usurata, obsoleta o difettosa. Questo metodo ha rappresentato il segreto meglio custodito finora dal settore, specie per la moda ultraveloce e a basso costo.

Per Assoutenti (Associazione Nazionale Utenti Servizi Pubblici), fino al 9% dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo viene distrutto prima dell’uso. Secondo le stime, ogni anno finiscono al macero all’incirca 594mila tonnellate di indumenti, con un conseguente impatto climatico enorme. Un problema che riguarda sia l’industria del lusso che quella del fast fashion.

Il boom dell’e-commerce (“commercio elettronico”) contribuisce a gonfiare le eccedenze, facendo registrare un tasso medio di reso sull’abbigliamento online che si attesta intorno al 20%. E considerati i tempi veloci di produzione e distribuzione – tipici di questo modo di concepire e fare l’industria della moda – spesso distruggere è la soluzione più funzionale per liberare i depositi, anziché smerciare gli stock. Per i grandi marchi della moda è molto più conveniente procedere con il ritiro e la distruzione dei prodotti invenduti invece che svenderli, soprattutto per un fattore che rimanda strettamente all’immagine di prestigio e di esclusività dei propri brand.

L’Istituzione Europea, dunque, mette un freno alla moda (e non solo, come abbiamo già visto) “usa e getta”: riscrivendo e dettando le regole del comparto tessile, così come di quello manifatturiero. Il quadro normativo di riferimento si inserisce, infatti, nel più ampio processo europeo di transizione verso un’economia circolare e sostenibile.

Fonti: Regolamento (UE) 2024/1781, Assoutenti

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