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Giornalisti italiani: «Più della metà sono freelance e precari. Domina l’IA»

Il nuovo rapporto sul giornalismo italiano fotografa un settore segnato da lavoro autonomo, precarietà economica e crescente impatto dell’intelligenza artificiale.

di Mariella TrapaniOttobre 27, 2026  |  2 min di lettura
Immagine di repertorio a corredo di un approfondimento sulla professione giornalistica e gli strumenti digitali

Il report di Agcom in collaborazione con la Fondazione “Paolo Murialdi” è stato presentato alla IV edizione dell’Osservatorio sul Giornalismo.

La fotografia che ne esce ritrae un settore traballante, tra instabilità economiche, resistenza sul campo e trasformazioni continue nei modelli produttivi. Uno dei focus è la struttura stessa dell’impiego. L’analisi redatta afferma che il modello del lavoro dipendente (o subordinato) non rappresenta più la norma: sono ormai superate le redazioni tradizionali, con il 51,7% di operatori dell’informazione che lavorano in regime di autonomia, i cosiddetti “collaboratori esterni” o “freelance”. Di contro, l’aspetto della flessibilità comporta molto spesso quello della precarietà. I compensi dei lavoratori autonomi crollano drasticamente rispetto alle retribuzioni dei colleghi contrattualizzati. In un contesto in cui la contrazione dei ricavi editoriali sferza l’intero comparto.

Le sfide tecnologiche della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale impattano sulla formazione e sulle competenze di chi fa giornalismo oggi. Si rileva che il 30% dei giornalisti si occupa ormai esclusivamente di giornalismo digitale (giornalismo multimediale o web journalism), attraverso gli strumenti delle newsletter – in sostituzione dei desueti blog – e sperimentando il nuovo linguaggio dei podcast; questi ultimi sono divenuti un canale di comunicazione e di divulgazione alternativo e promettono di affermarsi come nuovo mezzo di informazione parallelo ai mass media convenzionali. Non senza motivo, newsletter e podcast sono definiti “new media” o “personal media”.

Dalla relazione si evince come la tecnologia impatti sull’operatività quotidiana del giornalista. Le fonti digitali, infatti, superano per frequenza di consultazione quelle tradizionali, tramite motori di ricerca, piattaforme social e app di messaggistica. Una routine professionale nella quale si fa un frequente ricorso all’intelligenza artificiale generativa per verifiche e analisi dei dati, traduzioni e impostazioni dei testi. Inoltre, l’imperversare del digitale porta anche a un forte divario nelle skills (“abilità” o “competenze”). Dallo studio emerge come meno di un quinto dei giornalisti dimostri abilità digitali di livello medio-alto o alto e quasi la metà di questi si colloca al di sotto della media.

Non solo, dunque, i nodi dell’incertezza economica e della precarietà nel mestiere del giornalista e del comunicatore, ma anche la questione dell’utilizzo dell’IA nella tecnologia e nelle professioni, passato dall’uso all’abuso. Un quadro generale e strutturale, quello emerso dall’indagine realizzata dall’Autorità Garante delle Comunicazioni, che mostra la professione giornalistica in profondo cambiamento e in bilico con le sfide a venire.

Fonte: sito web Agcom

Mariella Trapani

Autore su Stranifatti.it. Fatti, storie e persone raccontati con attenzione al territorio.

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