
Il 28 settembre si celebra la Giornata internazionale per l’accesso universale all’informazione. Non è una ricorrenza per soli addetti ai lavori: riguarda il modo in cui ogni persona può conoscere le decisioni pubbliche, verificare i dati e partecipare alla vita democratica.
Un diritto riconosciuto a livello internazionale
La Giornata è stata proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel 2015 e successivamente riconosciuta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2019 con la risoluzione 74/5. La data scelta è il 28 settembre.
Nel calendario delle Nazioni Unite, l’accesso all’informazione è collegato allo sviluppo, alla democrazia e all’uguaglianza. L’UNESCO lo considera un diritto fondamentale e una condizione per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare il traguardo 16.10, dedicato all’accesso pubblico alle informazioni e alla tutela delle libertà fondamentali.
Trasparenza significa poter capire
Pubblicare un documento non basta, se quel documento è difficile da trovare, scritto in modo incomprensibile o disponibile soltanto a chi possiede competenze e strumenti particolari. L’accesso effettivo richiede informazioni complete, aggiornate, leggibili e, quando possibile, riutilizzabili.
Questo vale per bilanci pubblici, dati ambientali, servizi sanitari, bandi, trasporti, istruzione e gestione del territorio. Sapere come viene presa una decisione e quali dati la sostengono permette ai cittadini di esercitare un controllo consapevole, alle associazioni di proporre soluzioni e ai giornalisti di verificare i fatti.
La trasparenza, quindi, non è una concessione. È un’infrastruttura civile: riduce la distanza tra istituzioni e persone, rende più difficile la circolazione di informazioni ingannevoli e migliora la qualità del dibattito pubblico.
Il divario non è soltanto digitale
La diffusione di portali, banche dati e servizi online ha ampliato le possibilità di accesso, ma ha creato anche nuovi ostacoli. Connessioni insufficienti, disabilità, scarsa alfabetizzazione digitale, barriere linguistiche e procedure complesse possono escludere una parte della popolazione.
Per questo l’universalità richiamata dalla Giornata va presa sul serio. Un’informazione pubblica è davvero accessibile quando tiene conto delle persone anziane, di chi usa tecnologie assistive, di chi vive in aree con minori servizi e di chi non possiede strumenti specialistici. Digitale non deve diventare sinonimo di distante.
Il ruolo del giornalismo
Il giornalismo svolge una funzione specifica: cercare le fonti, confrontarle, spiegare il contesto e distinguere ciò che è documentato da ciò che non lo è. L’accesso ai dati pubblici non sostituisce questo lavoro, ma lo rende possibile e più solido.
Anche le redazioni, però, hanno una responsabilità. Rendere comprensibili le informazioni senza deformarle, correggere gli errori e mostrare le fonti aiuta i lettori a ricostruire il percorso di una notizia. La fiducia non si chiede: si costruisce con metodi verificabili.
Una pratica quotidiana, non una ricorrenza
Il 28 settembre offre un’occasione per misurare la distanza tra il diritto dichiarato e l’esperienza reale. La domanda utile è concreta: quanto è facile, oggi, per una persona ottenere l’informazione di cui ha bisogno?
La risposta dipende dalle leggi, ma anche dall’organizzazione degli uffici, dalla qualità dei siti, dalla cura dei dati e dalla disponibilità a rispondere. L’accesso universale all’informazione diventa così un impegno quotidiano: per istituzioni più aperte, cittadini più consapevoli e una democrazia capace di discutere a partire dai fatti.
Fonti
- UNESCO, International Day for Universal Access to Information; consultata il 28 settembre 2026.
- Nazioni Unite, International Day for Universal Access to Information; consultata il 28 settembre 2026.
- Assemblea generale ONU, risoluzione A/RES/74/5, 15 ottobre 2019; consultata il 28 settembre 2026.




